In Scena
“Cuore Ballerino” è una performance teatrale che vuole “animarsi” insieme ad altri cuori. Quali? Sicuramente quelli nascosti nel petto degli innamorati platonici, dei sognatori ad occhi aperti, dei poeti romantici. Ma soprattutto con quelli incontenibili, instabili e danzanti dei conquistatori inappagabili e dei Don Giovanni “da strapazzo”.
“Cuore Ballerino” è un monologo sul tentativo di appropriarsi dell’amore: incarnato in una persona, centellinato nelle sue variabili espressioni, tentennante davanti al suo rischio, eccitato dalla possibilità di avventurarsi. E’ la voce di un testimone ancora un po’ immaturo, che si scopre, nella costruzione del rapporto con l’altro sesso, a misurarsi con il suo egocentrismo, il suo esibizionismo.
Il testo non si propone quindi come decalogo dell’amore alto ed esemplare ma come prova dei limiti di un soliloquio esteriore, con le diverse sfaccettature che ha un’umana invocazione, con gli atteggiamenti comici perché istrionici, autoironici perché esiste una coscienza che sorvola leggera senza mai invadere, una sorta di super ego con cui fare i conti all’improvviso.
Personaggio cruciale della storia è un giovane genovese, che nella sua casa – palcoscenico sita nel centro storico, apre un’immaginaria finestra verso il pubblico dei vicini, per soffiare sulla candelina (una sola - sottolinea lui da genovese - sufficiente ad aver diritto ad esprimere, appunto, un desiderio) Unica richiesta da parte del festeggiato, che si avveri un desiderio: l’apparizione di una donna. Una, almeno, anche se nel mondo, in media, per ogni uomo “ce ne sarebbero sei”; e che quindi ci deve essere qualcuno dei presenti che “allora ne ha 12 !”. E per “ricominciare ad instaurare un contatto con l’altro sesso: perché ognuno, del suo… prima o poi si stanca!”
Da quell’istante, le storie intime che il giovanotto racconterà non manterranno più nulla di privato ma arriveranno con immediatezza verso chi, a sua volta, si è “affacciato” per ascoltarlo e per seguirlo nella preparazione rituale di quella che sembra profilarsi come una cena… “ardente”. Oltre ad una scelta precisa di oggetti da tenere o da occultare, segreti del perfetto amante da rispolverare, “e che polvere!”, Massimo si offre da buon specialista per confrontare lo stato di salute della parte più importante dei corpi presenti: il cuore, naturalmente.
Il suo è un cuore ballerino, come l’ ha definito la madre, che più disperata che convinta per i continui “cambi” sentimentali del figlio, richiama ed ammonisce i suoi slanci, forse eccessivamente generosi. “Sì, lo so. Ma vedi mamma: è che io ho molte cose… da dare… e così penso: una per una non fa male a nessuna… ma forse neanche bene!?”
Partendo dal proverbiale concetto “E’ bello giocare a fare i single… ma un bel gioco dura poco…”, il protagonista mette indietro le lancette di 40 anni precisi, e torna all’inizio: alla notte cioè del suo concepimento, ossia, la sua alba annunciata. “A me non mi hanno - fatto -, a me mi hanno proprio… concepito”. Era il ’68, i tempi di “FATE L’AMORE, NON FATE LA GUERRA”: e dopo 40 anni non c’è invito più attuale. Sì, lui è davvero un figlio dei fiori: mamma Rosa e papà Giacinto.
E così, mentre conduce gli spettatori nel presente coinvolgendoli nella dimensione giocosa di tana appartata (la scenografia “genovese… anzi, no… -spartana-, che è lo stesso ma suona meglio”), ovvero, un nucleo singolare dove il contastorie si è rifugiato attendendo l’ultima preda, i continui flash back della memoria lo riportano sulle tracce del passato affettivo. Qui interrogherà la Barbie, “ma tu stavi con Ken o con Big Jim?”, ritroverà il primo bacio adolescenziale “vinto” a “bottiglia” nei piccoli garage affollati (“… che poi, a quelle feste, ansimavamo tutti, ma non per il piacere… per il caldo!”) per giungere in grave ritardo, e con un forte bisogno di recuperare, ai primi contatti sessuali (“Io sarei –un porco-? A parte che del maiale non si butta via niente…)
Sarà utile la lettura del libro scritto da lui stesso Mille trucchetti per dare mille bacetti? E quale femminile anima sensibile sarà persuasa dalla teoria “Sì, è vero, nella vita una ragazza deve aspettare che arrivi l’uomo giusto, ma questo non vuol dire che nel frattempo non se la possa spassare con uno di quelli sbagliati… ad esempio chi? Ad esempio… io!”
Arriverà Manuela, l’infermiera corteggiata, a medicare il suo cuore affetto da “Dongiovannite?”
“Non resta che un’altra poesia; se la donna è una Venere bendata ogni bacio è una lotteria”.
L’autoironia che accompagna tutto il testo contribuisce ad addolcire il finale a sorpresa con un’invocazione poetica aperta a tutte: “E gioiamo dell’amore nostro finché possiamo, e se vogliamo, anche in questa stanza… per quanto pure si ripeta, l’amore, non potrà dirsi mai abbastanza. E mentre le note intonano Dieci ragazze per me, volano libere… parole di carta.